Nello studio astigiano di Massimo Cotto anche le pareti parlano di musica. I tratti essenziali di Leonard Cohen, uno schizzo misterioso di Patty Pravo (“Il vero quadro è dietro la cornice, all’interno – svela Cotto -: ho giurato di guardarlo solo quando Patty non ci sarà più”), un trittico di Simone Cristicchi che si affianca al carboncino di Vecchioni su “Luci a San Siro”; Janis Joplin firma il suo autoritratto e l’evoluzione artistica di Giorgio Faletti si sostanzia da un informale domestico a un concettuale sempre più raffinato; i cavalli di Paolo Conte, e ancora Milo Manara, Carmen Consoli, Paul McCartney e Bob Dylan. “Carta canta”, verrebbe da dire, e canta proprio dei tanti incontri dai quali nasce l’ultimo libro del giornalista astigiano, “Pleased to meet you”, appena uscito per Vololibero Edizioni, presentato a Milano e Torino e già esaurito nella prima tiratura. Partiamo dal titolo, “Pleased to meet you”, cosa significa per te? “Si tratta di verso di una grande canzone dei Rolling Stones indirizzata al diavolo: ho voluto dedicarla a quello che per me è stato un grande santo pagano, il rock. Il rock mi ha cambiato la vita, e se è vero quello che diceva Vinicius De Moraes, che la vita è l’arte dell’incontro, devo riconoscere che tutti gli incontri che ho fatto mi hanno arricchito, anche quelli da cui mi aspettavo di meno”. Ecco, gli incontri: oltre duecento tra artisti italiani e internazionali, oggi sembrerebbe impossibile. “Il libro è una storia, un affresco su quel “piccolo mondo antico” in cui tutto era possibile. A un certo punto della mia vita professionale mi sono ritrovato dentro una favola in cui era naturale stare una settimana a casa di Leonard Cohen a Los Angeles o da Eddie Vedder a Seattle, notti intere a parlare con Robert Plant e Paul McCartney. Oggi naturalmente sarebbe tutto più difficile, la stessa crisi economica ha complicato enormemente le cose: persino avere una telefonica con Emma non è più una passeggiata. Ma a quell’epoca potevo vivere la musica dal suo interno, incontrare tutti i miei idoli. Passavo circa 150 notti all’anno fuori casa, in hotel: è naturale che in tutto quel tempo siano accadute cose a volte buffe, a volte bellissime ed esilaranti che, con leggerezza, ho provato a mettere insieme cercando di coniugare l’epica con la quotidianità”. Attraverso questi incontri si compone anche la storia di Massimo Cotto, c’è dell’autobiografia? “Posso dire senz’altro che la musica mi ha reso migliore. Senza la musica non so che persona sarei potuto diventare: non ho altri talenti, non so fare niente. Non cucino, non avvito una lampadina. Forse avrei giocato a basket ma senza diventare un campione. In fondo si diventa ciò che si fa, e tutti gli incontri ti costruiscono. Io ero un bambino timidissimo, con la erre moscia. Poi all’improvviso è cambiato tutto. Quello che racconto è il mio passato, il mio posto delle fragole, il “buen retiro”. Ma lo dico senza nostalgia, perché secondo me i ricordi sono quello che abbiamo, non ciò che abbiamo perduto. La musica per me ha fatto questo miracolo: mi ha dato una grande sicurezza e un esteso senso di cittadinanza”. E ad Asti andranno i proventi dei diritti d’autore: l’assessore alla Cultura infatti ha acquistato un defibrillatore per il Teatro Alfieri.
Massimo Cotto, Pleased To Meet You. Spigolature Pop, Vololibero 2013, pp.192, Euro 18,00 Il testo completo dell’intervista sulla Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 8 novembre 2013.
Tre domande a… Massimo Cotto
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