“Vinciamo la rabbia e l’amarezza per quello che è successo in Parlamento, e proviamo a ragionare. La questione delle cosiddette quote rosa, che sta agitando la politica nazionale, è già stata risolta da tempo in Cgil con la norma antidiscriminatoria: nessuno dei due generi, donne e uomini, può essere rappresentato in tutti gli organismi dirigenti della nostra Organizzazione più del 60% e meno del 40%. Il nostro sindacato pensionati – lo Spi Cgil – fa ancor meglio, prevedendo il 50 % secco. Esistono delle possibilità di deroga in alcune categorie con presenza prevalentemente maschile, come in edilizia. Ciò ha comportato una maggior presenza di donne a tutti i livelli. Per questo è venuto meno il merito? Abbiamo promosso negli organismi dirigenti delle persone incapaci, promosse solo in quanto donne? Caso mai il contrario: sono emerse delle persone competenti e capaci. Tra l’altro, le donne hanno maggior attitudine a trattare e conciliare esigenze diverse, praticamente non fanno altro tutto il giorno, ed è una dote preziosa nell’attività sindacale. Eppure, nonostante queste indubbie capacità oggi riconosciute, non tutte le compagne oggi presenti nel Sindacato lo sarebbero, in assenza della norma antidiscriminatoria: perché una forza d’inerzia che arriva da una tradizione millenaria fa ritenere più ‘normale’ scegliere un uomo. Perché gli uomini hanno sicuramente più autostima delle donne, anche troppa, e raramente si pongono la domanda “sarò all’altezza dell’incarico affidatomi?”. E’ sintomatico che la questione del ‘merito’, secondo alcuni oscurato dalle quote, sia declinata solo al femminile. A rigor di logica, bisognerebbe invece temere che per piazzare in Parlamento ben il 70 % di uomini, non si sia badato troppo per il sottile, visto che lo spazio era tanto. Mentre il 30 % di Parlamentari donne autorizza a pensare che qui sia stata fatta una scrematura, per riservare i (minori) posti alle eccellenze. Già, le eccellenze. Una donna deve essere brava tre volte un uomo, per poter concorrere alla pari. E fino a che sarà così, le quote saranno indispensabili. Lo diciamo anche alle donne che provano fastidio a considerarsi una sorta di specie protetta, bisognosa di tutela. La parità formale non basta, in assenza di una tremenda disparità sostanziale. Le norme antidiscriminatorie, le quote, le azioni positive, non sono che strumenti per riequilibrare una situazione che, lasciata al suo decorso ‘naturale’, penalizza le donne. E conseguentemente penalizza la società tutta, monca dell’apporto di un 50 % e oltre dei suoi esponenti. Un’osservazione finale. La violenza contro le donne, dalle botte fino al femminicidio. L’immagine degradata e offensiva che molto spesso campeggia sui muri delle nostre strade, come è successo recentemente anche ad Asti. L’emarginazione sul lavoro. Tutto questo c’entra con quello che è successo in Parlamento? A nostro parere sì. Nell’immaginario maschile, evidentemente anche di molti uomini in Parlamento, la donna che si può insultare e picchiare, che si può facilmente licenziare o evitare di promuovere, il cui sedere può servire a fare pubblicità a qualunque prodotto, è in fondo dello stesso genere (in senso letterale) della aspirante Parlamentare. Per alcuni questa connessione deve essere automatica, un corto circuito mentale. E deve proprio sembragli una tremenda forzatura, dover fare spazio e magari cedere la propria poltrona, per una che in fondo si potrebbe prendere a sberle, o a cui si potrebbe intimare di non alzare troppo la cresta. Si rassegnino, abbiamo alzato la cresta e non l’abbasseremo più. C’è una prossima occasione di rivincita: nelle elezioni europee le preferenze ci sono, e ci sono anche donne in ogni lista. Votatele, riempiamo di donne la sezione italiana del Parlamento Europeo”. Coordinamento Donne Cgil Asti
Cgil Asti: “L’Italia non è un paese per donne”
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