Vent’anni fa, il 21 maggio 1994, moriva pochi mesi prima di compiere 51 anni, Giovanni Goria, il più giovane presidente del Consiglio della storia repubblicana, prima dell’avvento di Matteo Renzi. Goria è stato senza ombra di dubbio il più prestigioso uomo politico dell’Asti moderna. Ha bruciato le tappe in un ambiente dominato, allora più di oggi, dagli “anziani”, in un periodo in cui la parola “rottamazione” sarebbe parsa poco meno che “una bestemmia”. Diplomato ragioniere nel 1962 e successivamente laureato in Economia e Commercio, Goria ebbe variegate esperienze lavorative: prima impiegato di banca, poi all’ufficio studi della Provincia, successivamente all’ufficio studi della Camera di Commercio, dove rafforzò il sodalizio con un altro grande della politica astigiana, Giovanni Borello. Con il “presidentissimo” condivise la leadership della sinistra Dc astigiana, combattendo epiche (e leali) battaglie interne con l’anima “dorotea” del partito, tradizionalmente egemone nella provincia contadina, rappresentata da donne e uomini che hanno fatto la storia della politica nostrana, quali Luigina Ottaviano, il senatore Gianni Rabino, Francesco Porcellana, tanto per citarne alcuni. E’ proprio la politica la più grande passione di Goria. Appena diciottenne si iscrive alla Democrazia Cristiana e scala ben presto la gerarchia interna del partito astigiano. Nel 1975 è nominato segretario provinciale e commissario del partito a Torino. Nel 1976, a 33 anni, fu eletto per la prima volta alla Camera dei deputati, nella circoscrizione di Cuneo, Alessandria e Asti. Venne confermato deputato nelle quattro successive consultazioni elettorali del 1979, 1983, 1987 e del 1992. Arrivano presto anche gli incarichi di governo. Nel biennio 1978/79 fu consigliere economico del presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Nel giugno 1981 venne nominato sottosegretario a Bilancio e Programmazione economica nel primo governo Spadolini. Nel dicembre 1982, nel quinto governo Fanfani, venne nominato ministro del Tesoro, dicastero che mantenne sino al 1987 anche nei due governi Craxi e nel sesto governo Fanfani, in cui assunse anche l’interim del Bilancio.
L’apice della sua carriera politica fu però nel 1987, poco dopo le elezioni del 15 giugno quando, sostenuto dall’allora segretario nazionale Dc Ciriaco De Mita, leader della sinistra interna, venne nominato presidente del consiglio, carica che mantenne fino all’aprile del 1988, quando fu costretto a dare le dimissioni, affondato dai franchi tiratori del suo stesso partito nella discussione del progetto di bilancio. Seguì un periodo di impegno dietro le quinte, a seguire le dinamiche europee del nascente Ppe, da cui uscì con un significativo successo personale nelle elezioni europee del 1989, dove venne eletto nella circoscrizione nord ovest con 640.000 preferenze, un risultato “andreottiano”, che certifica il livello di popolarità raggiunto da Goria, anche al di fuori del suo “collegio” astigiano. L’impegno al governo del Paese non finì con l’esperienza di premier. Fu infatti ancora ministro dell’Agricoltura nel 1991 e ministro delle Finanze nel governo Amato dal 1992 al 1993, all’alba di Mani Pulite. Nella sua parabola è riuscito a costruirsi un alone di autorevolezza in materia economica, che gli è valsa una giusta notorietà anche internazionale. La morte prematura ha privato la città e l’Italia di una personalità politica fuori dagli schemi, con una visione economica decisamente più ampia rispetto alla politica dell’epoca. In un periodo come quello che stiamo vivendo, intriso di sterili populismi e di egoismi opportunistici, ne sentiamo molto la mancanza. Massimiliano Bianco
Vent’anni fa moriva Giovanni Goria
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