L’Osservatorio della sanità torna a mettere sotto la propria lente d’ingrandimento i reparti del Cardinal Massaia che, per effetto della delibera regionale sul riordino della rete ospedaliera, sono destinati a passare da strutture complesse (SOC) a strutture semplici (SOS). Un confronto, nei giorni scorsi, con i primari e alcuni operatori di questi reparti (Diabetologia, Dietetica e Nutrizione Clinica, Chirurgia Maxillo facciale, Pneumologia) ha consentito di mettere a fuoco alcune problematiche che contraddicono le recenti dichiarazioni dell’assessore regionale alla Sanità Saitta. “Quest’ultimo – indicano Angela Quaglia e Massimo Scognamiglio per l’Osservatorio – nel rispondere all’Associazione S.O.S. Diabete, preoccupata sul futuro della Diabetologia, ha pronunciato argomentazioni che volevano essere rassicuranti, ma che in realtà non ci tranquillizzano affatto. La trasformazione da struttura ospedaliera a struttura semplice e territoriale, ha affermato l’assessore, non penalizzerà i pazienti diabetici. Abbiamo molte ragioni per dubitarne e molte preoccupazioni anche per gli altri reparti interessati”. Ecco quelle principali. Il rischio di perdere professionalità e competenze. Il declassamento regionale potrebbe spingere i medici ad andare a lavorare fuori, in realtà in fase di sviluppo e assai più ambite (vedi la futura Città della Salute di Torino) di un ospedale (il Massaia) destinato a perdere reparti e servizi. Accanto a questo rischio se ne aggiungono altri due: la poca attrazione professionale che le strutture semplici, rispetto a quelle complesse, potrebbero esercitare sui giovani medici specialisti e l’eventualità che i camici bianchi che andranno progressivamente in pensione non vengano sostituiti, svuotando di conseguenza le strutture. Non nell’immediato, ma sicuramente in prospettiva, queste realtà potrebbero dunque venire fortemente impoverite di personale e, conseguentemente, della possibilità di fornire tutti i servizi delle specialità”. Inoltre il declassamento della Pneumologia, con l’accorpamento all’ipotetica unica struttura di Medicina del Cardinal Massaia, comporterà una serie di problemi organizzativi e di gestione dei pazienti: la perdita di autonomia e la subalternità a Medicina, in primo luogo, tenuto conto delle gravi difficoltà che si determineranno qualora dovesse prevedersi un’unica struttura internistica, con un solo primario a governare circa 100 posti letto. Ne discenderà una inevitabile perdita di ruolo, di peso organizzativo, di mancata crescita professionale di tutta l’équipe, con inevitabili conseguenze per i pazienti. Il rischio di perdere progettualità. In reparti come la Diabetologia o Dietetica e Nutrizione Clinica molti progetti sono stati realizzati, in questi anni, perché voluti fortemente dai loro primari e sostenuti dal personale, creando servizi innovativi e unici nel panorama regionale (vedi l’Unità mobile, cioè l’ambulatorio attrezzato su camper per il controllo della glicemia che serve attualmente 18 paesi). Questa autonomia decisionale si perderebbe se le strutture, con il passaggio da SOC a SOS e la conseguente perdita del primario, dovessero dipendere da Alessandria, sede in cui maturerebbero le scelte strategiche anche per Asti. E se le decisioni saranno prese dalle “strutture madri” alessandrine, non pare per nulla inverosimile il rischio che servizi offerti ad Asti possano essere trasferiti ad Alessandria, costringendo i pazienti a spostarsi. Il rischio di perdere fondi. In questi anni strutture come la Diabetologia hanno autonomamente reperito fondi per garantire personale specializzato e attuare progetti specifici. Grazie alle risorse di soggetti come la Compagnia di San Paolo, la Fondazione CrAsti e service club (Lions e altri), in questi anni si è potuta avere la presenza, in reparto, della psicologa e del podologo e si sono avviate iniziative innovative. Anche Dietetica e Nutrizione Clinica ha potuto attuare iniziative attraverso canali particolari, come la Rete Oncologica. Il timore è che, in prospettiva, il diverso peso di una struttura semplice rispetto a una complessa porti i soggetti finanziatori a ridurre o azzerare le risorse (privilegiando magari altri reparti), in un momento in cui – come ben sappiamo – il portafoglio della sanità pubblica è tutt’altro che pieno. Il rischio di perdere posti letto. La trasformazione in strutture semplici potrebbe conseguentemente indurre la Regione a successive scelte che limitino l’attività e i posti letto? E’ una preoccupazione del primario di Chirurgia Maxillo facciale, la cui struttura dispone oggi di 8 posti letto. Se ciò si avverasse, anche l’attività specialistica verrebbe irrimediabilmente ridimensionata. Stiamo parlando di prestazioni di alto livello che attualmente sono in crescita e servono pazienti non solo astigiani o piemontesi: dall’inizio dell’anno sono stati operati utenti provenienti non solo dalle “vicine” Lombardia e Liguria, ma anche da Puglia e Sicilia. In conclusione. Nessuno dei primari con cui ci siamo confrontati ha espresso la preoccupazione di “perdere il posto” da direttore SOC, bensì quella che strutture qualificate rischino di venire impoverite. E’ anche il nostro timore. Rivolgiamo all’assessore Saitta l’augurio di buon lavoro nell’Unità di crisi sui casi di malasanità in Italia, voluta dal ministro Lorenzin, in cui è entrato a far parte in questi giorni. Vogliamo però ricordargli che è cattiva sanità anche quella che depotenzia le strutture di personale e servizi e penalizza gli utenti. Per questo l’Osservatorio continuerà a usare la propria lente di ingrandimento per portare alla scoperto problemi che la Regione potrebbe considerare inesistenti o secondari, ma che così non sono.
Sul futuro della sanità astigiana la Regione rassicura, ma ci sono molti motivi per essere preoccupati
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