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Don Paolo Lungo: dalla Torretta al Kenya
PARROCCHIE E COMUNITÀ
Dino Barberis 
18 Giugno 2026

Don Paolo Lungo: dalla Torretta al Kenya

Domenica 13 luglio 2025, nella Chiesa Cattedrale di Juina, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, le due diocesi sorelle di Asti e Juina, unite dal progetto Porta Paradisi, elaborato nel 2003 da Mons. Franco Dalla Valle e Mons. Francesco Ravinale, vivevano un momento speciale che da una parte suggellava un percorso durato 22 anni, e dall’altro apriva a nuove prospettive per il futuro. Eravamo a Juina per riaccompagnare ad Asti don Italo Francalanci, ma anche per testimoniare che l’apertura alla missione nella Diocesi di Asti continuava con l’accoglienza di nuovi stimoli e prospettive offerti dai due viaggi in Kenya, il primo nell’estate del 2024 e il secondo con i giovani nel mese di agosto 2025.

Continuava così, per la diocesi di Asti, un periodo di feconda trasformazione, iniziato sicuramente nel 1969 (ma anche prima in quanto ci sono stati missionari partiti da Asti dei quali si sono perse le tracce e dei quali è nostro dovere come Chiesa diocesana ricostruirne il ricordo) quando don Enrico Oddenino era partito dal porto di Genova con la nave, in direzione al porto brasiliano di Santos.

La Diocesi di Asti vive una trasformazione nel suo spirito missionario, ritornando a guardare ora al continente africano e in particolare al campo missionario portato avanti dal prete Fidei Donum di Torino don Paolo Burdino insieme con padre Michael Wamunyu Ndirangu (Missionario della Consolata). I due missionari sono presenti come Fidei Donum nella Diocesi di Nairobi a servizio della comunità Holy Innocent Catholic Church a Tassia, nella periferia della capitale.

La Parrocchia Nostra Signora di Lourdes si conferma spazio aperto al mondo missionario, poiché don Italo Francalanci era partito dalla comunità per il Brasile e don Luca Solaro, che ora ritornerà come parroco, è stato il primo direttore del Centro Missionario Diocesano di Asti, al tempo del Vescovo Severino Poletto.

Proprio dalla Parrocchia Nostra Signora di Lourdes, dove era viceparroco, era partito negli anni ’70 don Antonio Gariglio, nativo di Pralormo, e aveva raggiunto Padre Secondo Cantino, originario di Frinco e missionario della Società Missioni Africane, impegnato nello Stato africano della Costa d’Avorio.

Ad Asti avevamo poi avuto la stagione del gemellaggio tra la Chiesa Collegiata di San Secondo e la Diocesi di Goma in Congo, sostenuto dall’allora parroco don Pietro Mignatta e dal dottor Felice Appiano

Come hai maturato la scelta di partire?

Ho partecipato al viaggio in Kenya del luglio 2024 guidato dal Vescovo, c’ero io come sacerdote e altri, in tutto eravamo dieci, quindi altre otto persone, e abbiamo fatto due settimane, una settimana nella parrocchia di Tassia alla periferia di Nairobi, con Don Paolo Burdino, e una settimana al Nord del Kenya, nelle zone dove era stato missionario il nostro Vescovo. E devo dire che subito, uso una parola grossa, è nata in me qualcosa di simile all’innamoramento. Mi hanno colpito molto i bambini, la quantità e il modo di essere dei bambini, con niente ma contenti, e la grande fame e sete di Dio che la gente mostra di avere.

Il tuo invio cosa può significare per la Diocesi di Asti?

Innanzitutto, continuare questa tradizione di apertura missionaria. È vero che anche noi abbiamo scarsità di clero, ma è altrettanto vero che ci si aiuta da poveri. Il Vescovo Francesco usava sempre l’immagine della vedova di Sarepta, che aveva niente, quel poco che aveva lo condivise con il Profeta Elia e alla fine non gli è mancato niente. Penso che questa fiducia santamente folle nella provvidenza dia dei risultati.

Inoltre, penso anche che avere una possibilità più facile per qualche gruppo della diocesi o di altre diocesi italiane, di passare un periodo lì in Kenya, avendo un appoggio, sia una grandissima opportunità. Me lo hanno confermato anche i sacerdoti che sono lì, don Paolo, padre Michael, che arrivano lì, oltre i giovani, che di solito non frequentano la chiesa, arrivano lì e vanno volentieri alle messe che durano due ore e tornano cambiati, un po’ come è successo a me.

Questa penso sia la nostra presenza attraverso la mia povera persona, penso sia un’opportunità, un canale che dà alla diocesi anche questa opportunità, non solo di dare, ma anche di ricevere.

Come si può rispondere a chi non vede bene la tua partenza, sostenendo che c’è più bisogno ad Asti?

Allora, è vero che c’è tanto bisogno qui, perché rispetto a quello a cui siamo stati abituati, che ognuno aveva la messa, se in città, praticamente sotto casa, in ogni frazione della nostra diocesi, la messa, magari anche più messe la domenica, e quindi adesso la riduzione delle messe ci sembra, una piccola tragedia, ma do qualche numero.

Il quartiere dove, a Dio piacendo, andrò, cioè Tassia, ha 150.000 abitanti, su 150.000 abitanti 5.000 sono cattolici. Ecco, mal contati, ogni domenica bisogna organizzare la messa per 5.000 persone, perché là non esiste essere battezzati e non andare a messa. L’escamotage molto italiano, cattolico e non praticante, là non esiste proprio, e penso che non dovrebbe esistere neanche qui.

Pensiamo qui, dovessimo raccogliere tutte le persone che nel comune di Asti partecipano alla messa la domenica, penso che ci starebbero in molti meno chiese, in molti meno messe. Là, dovendo organizzare le messe domenicali per 5.000 persone, e non avendo chiese che hanno capienze così grandi, e con messe che durano un’ora e mezzo, due ore, è evidente come il bisogno dei sacerdoti sia molto grande. Cioè, il bisogno è proporzionato alla domanda.

La gente domanda molto Dio, diciamo così, domanda di confessarsi, ma tanto, domanda di venire a messa, tanto, e quindi là veramente la messe è molta. E il bisogno di operare anche l’altro, più di quanto ci sia qui. Ciò non toglie che dobbiamo pregare, lavorare, perché il Signore susciti tante vocazioni anche qui, questo senza dubbio.

Come ti preparerai alla partenza?

Anzitutto c’è una preparazione offerta dalla Chiesa Italiana, il Centro Unitario Missionario, che organizza proprio per chi parte come missionario per l’Africa un corso di un mese, da metà settembre a metà ottobre, a Verona. Quindi io parteciperò a questo corso, che mi è anche generosamente offerto dal Centro Missionario Diocesano. E poi il corso termina il sabato precedente alla Giornata Missionaria Mondiale, e quindi sabato sera, 17 ottobre, avrò la grazia di ricevere il mandato durante la Veglia Missionaria Diocesana, simboleggiato dalla consegna del crocifisso, in modo che sia chiaro prima di tutto a me stesso e poi agli altri, che non vado lì per seguire il mio gusto personale, o anche il mio nobile intento, ma vado lì perché inviato dalla mia Chiesa Diocesana, che è quello che il Signore mi chiede, e quindi ci vado per l’obbedienza.

È un’obbedienza a cui io aderisco molto cordialmente. Non vado per fare la mia volontà, ma per la volontà di chi mi manda.

La Chiesa Italiana è impegnata nel Sinodo e anche la nostra Diocesi. Tu hai visto la Chiesa keniana, cosa ci puoi dire rispetto al Sinodo?

Allora, riguardo alla sinodalità, una delle cose che mi hanno colpito, la seconda volta che sono stato in Kenya, cioè gennaio di quest’anno, è vederla ampiamente realizzata e da molti anni nelle parrocchie del Kenya, ma penso anche in generale allo stile africano questo, per cui da una parte c’è un grande rispetto del ruolo del sacerdote, non solo riguardo al Munus Celebrandi, ma anche al Munus Gubernandi. Detto questo, per esempio, ho avuto modo di partecipare almeno a un consiglio pastorale e sono rimasto veramente impressionato dalla chiarezza dei ruoli, il moderatore, il presidente, il segretario, dalla precisione dei punti dell’ordine del giorno, chi ha varie competenze con il suo computer davanti, che dice il punto, si parla. Poi, ripeto, molto rispetto per quello che dice il sacerdote, però non è affatto il sacerdote che fa, che decide, ma si decide insieme.

Forse non conoscono la parola sinodalità, come del resto non la conoscevamo nemmeno noi fino a pochi anni fa, però la vivono, vivono proprio questo grande clima di comunione con un grande senso di responsabilità dei laici, per esempio anche nel discorso del catechismo, nel discorso dell’amministrazione economica, nel seguire dei lavori, a volte ci sono anche dei grossi lavori, ne abbiamo anche parlato, è anche raccolto degli aiuti,  per il dispensario. Ogni tanto il parroco ci va, ma ci sono gli incaricati di seguire i lavori, per cui il sacerdote può fare il sacerdote. Dà una supervisione su tutto, ma impegni che non rientrano nella funzione del sacerdote non gli sottraggono tempo rispetto al servizio che può fare come prete.

Binello don Luigi e Lungo don Paolo

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