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La dottrina sociale nella nuova enciclica
CHIESA
Dino Barberis 
18 Giugno 2026

La dottrina sociale nella nuova enciclica

L’enciclica Magnificat humanitas vede nell’Intelligenza Artificiale (IA), e più in generale nelle innovazioni digitali, la questione sociale della nostra epoca, così come Leone XIII la ravvisò nella condizione degli operai, san Pio X nella rigenerazione morale della società, Benedetto XV nella grande guerra da fermare, Pio XI nei rischi del totalitarismo, il venerabile Pio XII nella pace sociale e nella democrazia, san Paolo VI nello sviluppo integrale, il beato Giovanni Paolo I nella giustizia sociale internazionale, san Giovanni Paolo II nelle conseguenze del crollo del sistema comunista, Benedetto XVI nella razionalità strumentale, Francesco nella custodia del creato e nelle migrazioni.

Se è vero che scoperte e novità si sono sempre succedute nella storia, come scrive Leone XIV «oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo» (n° 4). Insomma, è evidente, come spiega il neuroscienziato Vittorio Gallese, che l’IA «non è soltanto una nuova tecnologia. È una nuova forma di organizzazione dell’esperienza umana». Efficace la sintesi di Paolo Benanti, presbitero del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, presidente della Commissione etica dell’Osservatorio governativo sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro: il punto critico non è tanto l’utilizzo di nuove tecnologie quanto il paradigma tecnocratico, che «non è l’eccesso di fiducia nella tecnica, ma il modo in cui la logica dell’efficienza e del controllo si è installata come misura esclusiva del reale, relegando affettività, moralità e relazione nell’irrilevanza operativa. Il problema non è che abbiamo troppe macchine ma che le macchine sono diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani».

Con queste chiavi di lettura possiamo affrontare il primo capitolo, che s’intitola Un pensiero dinamico fedele al vangelo, ma che potrebbe benissimo chiamarsi anche Una breve storia della dottrina sociale della Chiesa (DSC) e la sua eredità. Innanzi tutto ci chiediamo che cosa sia la DSC, oggi posta di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale, che «va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo» (n° 17).

Risponde l’enciclica: la DSC costituisce «un patrimonio sapienziale dotato di una coerenza teologica e antropologica radicata nella visione cristiana della persona. Proprio perché nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà» appartiene al livello «dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. È da qui che scaturisce la funzione propria della DSC, che non pretende di sostituirsi alle responsabilità della politica e delle istituzioni, ma si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti» (n° 24). Dunque essa è «non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane» (n° 27).

Non si tratta quindi di voler imporre allo Stato laico idee religiose perché «la comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere». Molto pregnante un’espressione contro ogni stile da fanatici: «la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» (n° 25).

Quando sorge la DSC? «Non nasce all’improvviso nell’età contemporanea, ma raccoglie e organizza una lunga tradizione di riflessione ecclesiale sulla vita sociale, che trova le sue fonti nella Sacra Scrittura, nei Padri della Chiesa, nelle elaborazioni teologiche e giuridiche del Medioevo e dell’età moderna. L’espressione DSC fu impiegata per la prima volta da Pio XII nel 1950 ma il contenuto che essa racchiude, inteso come corpus organico di insegnamenti sociali, ha cominciato a delinearsi con l’Enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII» (n° 29) del 1891, definita dal venerabile Pio XII «la Magna Charta dell’operosità sociale cristiana». Pertanto è bene precisare che in quell’anno la DSC non spunta dal nulla ma diventa esplicita e solenne.

Il “riassunto” dei documenti della DSC nel capitolo primo si conclude sempre con un interessante condensato delle acquisizioni forti che ancora oggi, al di là degli inevitabili aspetti caduchi legati allo scorrere del tempo, restano valide. «Così Rerum novarum continua a ricordarci che non c’è autentica evangelizzazione che non tocchi anche le strutture della convivenza umana» (n° 27).

L’eredità della Quadragesimo anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 nel 40° anniversario della Rerum novarum, consegna tre lasciti: «la consapevolezza che le ingiustizie non riguardano solo i comportamenti individuali ma anche le strutture economiche e istituzionali; il valore del principio di sussidiarietà, che invita a rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni di potere; e il legame tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e possibilità reale per le famiglie di condurre una vita umana decorosa» (n° 31).

Il venerabile Pio XII preferì alle encicliche sociali i messaggi radiofonici, riassumibili così: «l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato» (n° 32).

Di san Giovanni XXIII «restano particolarmente significativi l’orizzonte universale del suo appello, il riferimento ai diritti umani come grammatica condivisa e la convinzione che la pace duratura richieda istituzioni e relazioni tra i popoli ispirate alla dignità di ogni persona» (n° 33). La Costituzione pastorale Gaudium et spes (1965) del Concilio ecumenico Vaticano II ha «consegnato un metodo di discernimento che invita a leggere le trasformazioni storiche con sguardo evangelico e competenza umana» (n° 34).

San Paolo VI con le sue riflessioni sullo sviluppo umano integrale evidenziò che «il Vangelo rimane attuale perché fornisce i criteri per riconoscere ciò che umanizza o disumanizza, ciò che libera o opprime, dentro situazioni sempre nuove» (n° 36).

Il ricco magistero sociale del lungo pontificato di san Giovanni Paolo II lascia «un’eredità particolarmente attuale: l’affermazione del legame tra dignità del lavoro, solidarietà tra i popoli e valutazione critica di democrazia ed economia di mercato continua a offrire criteri per giudicare le nuove forme di sfruttamento, di esclusione e di crisi della rappresentanza politica» (n° 39).

Benedetto XVI, che si trovò nel pieno della grande crisi d’inizio secolo, in Caritas in veritate «ribadisce che l’attività economica non può pretendere di risolvere i problemi sociali semplicemente ampliando la logica del mercato, ma dev’essere ordinata al bene comune» (n° 40). Il suo «insegnamento resta attuale perché chiede di giudicare ogni modello di sviluppo sulla sua capacità di essere inclusivo e sostenibile, di ricomporre il rapporto tra economia e politica attorno al bene comune e di riconoscere alla carità un ruolo critico e generativo nella vita pubblica» (n° 41).

Infine papa Francesco mostrò in Laudato si’ del 2015 che la crisi ambientale «non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea» (n° 43) e che solo l’amicizia sociale e la fraternità universale possono andare alle radici dei problemi, come spiegò Fratelli tutti del 2020.

Il capitolo primo di Magnifica humanitas mostra insomma che la DSC non è «il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo. […]. Ne risulta uno sviluppo armonico, ma non sempre lineare, segnato da accenti differenti, da approfondimenti progressivi e, talvolta, da cambiamenti di prospettiva che non rompono con ciò che precede, ma ne fanno maturare le implicazioni» (n° 45).

Si segnala infine che sul sito https://www.humandevelopment.va/it/magnifica-humanitas.html sono presenti video, schede e sussidi preparati dal Dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale, utili per l’approfondimento individuale, la catechesi, la discussione.

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