“La Diocesi di Asti non intende realizzare nulla, ma solo vendere un immobile perché ne ha bisogno”. A parlare è monsignor Francesco Ravinale vescovo di Asti che ha sciolto le riserve decidendo di incontrare i giornalisti e fare chiarezza sulla vendita dell’Oasi dell’Immacolata. Una conferenza arrivata solo dopo giorni di polemiche di “toni surreali” perché “il nostro stile di preti ci orienta ad accogliere con benevolenze critiche e accuse, accettando in primo luogo di porgere l’altra guancia, ma oggi le guance sono tumefatte”, ha spiegato padre Francesco. Proprio il vescovo sottolinea come nella vicenda dell’Oasi e dell’eventuale trasferimento del supermercato Coop da via Monti a via Ugo Foscolo si siano susseguiti momenti distinti, con attori diversi. In particolare il Seminario Vescovile è attore protagonista nella volontà di alienare (vendere) un bene di sua proprietà. Una scelta dettata da contingenze economiche sfavorevoli del 2011 come la necessità di dover intervenire pesantemente in un’operazione tuttora non risolta. “Nello stesso anno si rese necessario acquisire il complesso di santa Caterina dall’Ordine Mauriziano di Torino, per il suo dissesto economico. Inoltre si era dovuto intervenire in aiuto a varie parrocchie in difficoltà economiche, senza contare il fallimento dello Ial che affittava parte del Seminario”, ha precisato Ravinale. Vendere una struttura come l’Oasi, in quel momento vuota e per la quale erano già state provate tutte le soluzioni divenne quindi una necessità. Ma come il vescovo ha sottolineato nel corso della conferenza stampa da parte della proprietà ci sono stati svariati tentativi di utilizzo dell’Oasi che da casa di riposo aperta a tutti era stata adibita a luogo di ritiro per spirituale per i sacerdoti. Nel 2007 quando essendosi ridotto in modo significativo il numero dei seminaristi, si era avviata l’esperienza del seminario interdiocesano delle Diocesi di Acqui, Alessandria, Asti, Casale e Tortona, liberando quindi i locali del seminario. A quel punto i sacerdoti anziani furono accolti in seminario, per ottimizzare il servizio e questo edificio divenne una realtà inutilizzata e difficile da collocare. L’Oasi di fatto rimase inutilizzata ma non c’era ancora la volontà e la necessità di alienarla. Il Seminario Vescovile tentò altre strade di riutilizzo della struttura: la prima soluzione ipotizzata fu quella di creare un hospice per malati terminali (2008-10)appariva una soluzione socialmente utile,ma l’allora Direttore ASL la riteneva necessaria per dare uno sbocco residenziale al programma di cure palliative sul territorio; ideale per la sua vicinanza all’ospedale. Progetto che non andò in porto perché in un primo tempo un altro ente cittadino chiedeva di realizzare la cosa nei propri ambienti e successivamente l’ipotesi sfumò in modo definitivo, perché l’Asl non avrebbe accreditato la struttura. Vennero tentate altre strade dal luogo di accoglienza per aspiranti attori (su richiesta del Comune) poi nel 2013 come centro per ospitare famiglie di profughi. Poi nuovamente l’abbandono che coincide sempre con il degrado. Momento in cui la struttura venne derubata e depredata da ladri che si sono impadroniti persino dei termosifoni. Quando si verificò l’emergenza abitativa si rese concreta l’ipotesi di una occupazione da parte degli sfrattati: il vescovo aveva chiesto personalmente alle famiglie sfrattate di non occuparla, perché la Diocesi aveva assoluto bisogno di alienare la proprietà per fare fronte al dissesto economico. Quelle famiglie accettarono la richiesta, offrendo una capacità di comprensione non più trovata nel seguito della vicenda. A quel punto si ragionò sulla possibilità di offrire al Comune di gestirla per dare una risposta all’emergenza abitativa, ma il Comune rifiutò, ritenendo troppo oneroso l’impegno di una, sia pure provvisoria, ristrutturazione. Solo in quel momento venne presa in considerazione l’ipotesi di una vendita: negli ultimi anni si offrirono di acquisirla diverse cordate di imprenditori, intenzionati a un utilizzo di tipo commerciale. “Fu interpellata la Soprintendenza alle Belle Arti, che non aveva esitato a dichiarare la struttura priva di interesse artistico, lasciando al comune di indicare eventuali vincoli, che furono individuati nel rispetto del verde – precisa monsignor Ravinale -. A norma del Diritto Canonico si chiese e si ottenne dalla Santa Sede l’autorizzazione ad alienare la struttura e si riprese la trattativa per un’operazione che stava diventando sempre più necessaria”. Tra le diverse offerte di acquisto fu accolta quella ritenuta più conveniente, sapendo che, come tutte le altre, puntava a realizzare un esercizio commerciale. A quel punto fu stipulato un compromesso di vendita, subordinato all’accoglienza del progetto da parte dell’autorità comunale. All’atto di compromesso notarile fu versata una cauzione, che sarebbe stata rimborsata nel caso che l’autorità comunale non avesse concesso l’autorizzazione a realizzare l’opera. “A questo punto si avvia una seconda fase, dove attore è la società acquirente – aggiunge ancora il vescovo -. L’operatore provvide al progetto tenendo conto della normativa edilizia e cercando di ottemperare alle prescrizioni sul verde, legittimamente poste dall’autorità comunale. Salvo errore, all’epoca non c’erano vincoli di destinazione d’uso”. Ma proprio in questi ultimi tempo la situazione si è esasperata. Da una parte un nuovo acquirenti, una cordata di operatori, propone al vescovo di subentrare nel progetto offrendo ovviamente una cifra pi§ alta (richiesta rispedita al mittente “perché è più importante la parola data che il guadagno”; dall’altra l’assessorato all’urbanistica – dopo vari incontri con i progettisti – rallenta l’operazione, passando la decisione all’amministrazione successiva, che immediatamente decide per un pre-diniego del progetto presentato. Infine i progettisti, ritenendo il progetto conforme alla regolamentazione vigente e non giuridicamente convincenti le ragioni addotte nella proposta di diniego, hanno presentato le loro controdeduzioni con la firma del legale rappresentante del seminario, perché la proprietà non è ancora tecnicamente passata di mano. Al momento sono in attesa della risposta dell’assessorato all’urbanistica alle loro controdeduzioni che arriveranno fra una quindicina di giorni. In questa situazione piuttosto complessa ora la palla passa al Consiglio comunale, chiamato a dirimere la questione e che domani si riunirà. “In tempi normali, non surriscaldati da polemiche, la decisione si dovrebbe prendere sulla base dei regolamenti vigenti. Allo stato attuale delle cose l’amministrazione sarà costretta a decidere tenendo conto degli umori indotti da interventi diversi, determinati da buona fede e amore alla città, giochi di ruolo determinati dagli schieramenti, personalismi, manovre di chi vorrebbe mettere le mani su di un bene pregiato, ma finalmente privo di valore commerciale dopo l’agitazione a cui stiamo assistendo” ha rimarcato padre Francesco. Il vescovo ribadisce come fino a prova contraria non si è fatto nulla di illegale o di dannoso per l’ambiente e che nel progetto presentato (il compratore al Seminario pagherà 2. 2 milioni di euro) non è previsto l’abbattimento di piante di pregio, anzi si prevede di sostituire le piante abbattute con altre, con un saldo finale attivo di 70 alberi. Per quanto riguyarda le firme apposte sulla rochiesta del permesso di costruire è lo stesso vescovo a precisare come la firma sia quella del legale rappresentante del Seminario, don Marco Andina, in quanto la proprietà dell’Oasi è ancora della Diocesi nonostante ci sia un compromesso firmato davanti a un notaio e che il progetto sia stato firmato dal team di progettisti dell’acquirente. “Nel caso che l’autorità competente intenda bloccare l’operazione, accetteremo la decisione senza recriminazioni, salvo naturalmente il diritto della società attualmente in opera di perfezionare l’acquisto della proprietà e proseguire nella ricerca di un utilizzo” conclude monsigro Ravinale che sottolinea come non saranno prese in considerazione altre proposte di acquisto e la Diocesi provvederà a usare in proprio la struttura, naturalmente quando ne avrà la possibilità economica. “A quanti hanno avviato azioni di contrasto o pubblicato accuse infamanti, noi facciamo credito di buona fede e stiano pure certi che non verrà meno nei loro confronti la nostra stima e la nostra amicizia – conclude Ravinale -. Il verde dell’Oasi è assicurato, dalle precauzioni ben presenti nella progettazione elaborata o, in alternativa, dalle erbacce che vi stanno crescendo ormai da troppo tempo e dalle serpi che vi si annideranno. Se questo è ambientalismo!?!”
Il vescovo Ravinale sull’Oasi dell’Immacolata: “La controversia ha assunto toni surreali e poco legati alla realtà delle cose”
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