Sulle tracce dei migranti di cui molti non vorrebbero sapere
Ci sono luoghi dai quali non è possibile uscire così come si è entrati, persone la cui parola fa rimpiangere di non averla ascoltata prima perché avrebbe arricchito, forse mutato, la nostra vita. E luoghi e persone ne abbiamo conosciuti molti in questi sette giorni trascorsi in Sicilia con il pellegrinaggio che monsignor Marco Prastaro incaricato per Piemonte e Valle d’Aosta della Migrantes piemontese ha guidato da Palermo a Marina di Acate: un viaggio lungo le coste settentrionali ed orientali dell’isola, un lungo percorso di fede, di speranza, di ospitalità vera che non chiede nulla in cambio, di conversazioni con persone che vedremmo bene nelle pagine di Elio Vittorini, di emozioni.
Emozioni come quelle suscitate dalla conoscenza di fratel Biagio che facciamo attraverso la parola pacata e, insieme, appassionata di padre Pino. Biagio Conte, palermitano nato negli anni del boom economico, a ventisette anni lasciò tutto per iniziare un viaggio senza meta nelle colline della Sicilia fino ad incontrare quel Gesù che, a differenza di altri, non lo aveva e non lo avrebbe abbandonato. Un Gesù dal quale Biagio apprese come il suo posto doveva essere dentro la Società, accanto agli ultimi, tra quelli che dormono al porto, alla stazione ferroviaria. In loro trovò la forza di fondare nel 1993 la missione Speranza e Carità che oggi accoglie a Palermo oltre duecento persone nei dormitori, altre mille ne assiste con cibo e farmaci, non solo per qualche giorno ma per sempre, fino alla loro morte. Fratel Biagio non c’è più da tre anni ma la sua missione continua in mezzo a vecchi e nuovi poveri, come un’oasi.
A metà degli anni ’70, con le restrizioni all’immigrazione adottate soprattutto da Francia e Germania, inizia per la Sicilia, primo approdo italiano, un fenomeno del tutto nuovo: l’immigrazione prima dal Maghreb e poi dal Sahel, dalle Filippine, dalle isole Mauritius, dalla Romania che va a sostituire le braccia migrate al Nord dopo la guerra. Sono gli anni di don Luigi Di Liegro, che si batterà contro le avvisaglie di una nascente xenofobia e di don Pino Puglisi che la mafia ucciderà per la sua lotta contro lo sfruttamento cui il sistema mafioso sottopone questi nuovi ultimi.
Sono gli anni di cui è intrisa la narrazione dell’Arcivescovo di Palermo, Monsignor Corrado Lorefice che accogliendo il pellegrinaggio al convento Santa Chiara all’Albergarìa ricorda che, malcontati, giacciono in fondo al mare 35.000 bambini, donne e uomini che non ce l’hanno fatta. Parla di chi è arrivato e si è fermato, di colui nel cui volto sovente non riusciamo a cogliere il volto di Cristo. E’ la visione comunitaria nata con il Vaticano II, la Chiesa che porta a riconoscere nella Sicilia la zattera del Mediterraneo cui si aggrappano i poveri: è quella che l’Arcivescovo chiama teologia dal Mediterraneo, di quel Cristo migrante dalla Palestina alla Galilea, quella Chiesa umile che, dice Monsignor Prastaro, non tace perché tacere significa scendere dalla Croce, la Chiesa che rifiuta il populismo e che adotta il Vangelo per intero e non solo a metà, quella Chiesa materna che deve abbandonare la Chiesa del potere.
Il nostro viaggio di fede è anche di sofferenza intima, difficile da nascondere, come quella che ci prende a Cefalù durante l’incontro con i minori non accompagnati seguiti dalla Comunità alloggio Regina Margherita. Hanno gli sguardi dimessi di chi ha conosciuto la violenza dei carcerieri, l’angoscia della traversata, il terrore negli occhi di chi annaspa fra le onde fino a scomparire, senza aiuto perché uno in meno lascia più spazio agli altri. Ora, eleganti con le loro camicie bianche e pantaloni neri, si raccontano con un buon italiano appreso in pochi mesi: Osman ha perso molti amici nel viaggio, Yosep lascia parlare gli occhi, Omar vuole fare il calciatore e poi rientrare nella sua terra per aiutare chi è rimasto. Don Giuseppe lo tiene per mano, come fa ogni sera prima che si addormenti fra gli incubi che lo tormentano.
Pozzallo si trova a 200 miglia nautiche da Tunisi: in motoscafo bastano 6 ore, su un barcone occorrono giorni di sole senza riparo cui si può sfuggire pagando di più per restare sotto coperta dove i vapori del gasolio bruciano i polmoni. Le notti sono troppo fredde e umide perché i neonati possano sopravvivere in molti. Vincenzo, medico in pensione, ed il parroco Paolo ci accolgono nella chiesa bianchissima che ti chiedi perché sia sorta lì. La loro giornata inizia a qualunque ora quando la Capitaneria di porto avvisa che entro brevissimo tempo arriverà un barcone con quel che rimane di quanti, donne, bambini, uomini, sono partiti dalle coste africane. Nell’hot-spot troviamo ventiquattro ragazzi seduti sui materassi dei letti a castello. Non hanno sguardi tristi, hanno sorrisi anche per noi che ci vergogniamo di essere lì a guardarli: loro ce l’hanno fatta ed entro settantadue ore saranno trasferiti in altri centri di accoglienza e di lì inizierà un’altra vita. Quale? Dipenderà da noi, da tutti noi, nessuno escluso.
A Marina di Acate si arriva da Ragusa percorrendo 45 chilometri di una strada dritta, di qua il mare, di là migliaia di serre, non c’è nessuno a guardare il nostro pullman rosso che passa. A pochi metri dal mare e in mezzo ad un nugolo di villette regolarmente abusive ci attendono Vincenzo della Caritas di Ragusa, Alessia, tre suore africane ed una rumena che insieme a Save the Children hanno aperto e gestiscono il Centro Orizzonti a Colori: intorno a loro tanti bimbi con le loro mamme. Tutti hanno indossato abiti eleganti per questa occasione e ci accolgono con una lezione di musica fatta di djembè di pelle d’asino, di tubi di gomma, di chekeré e di sonagli. La melodia che ne esce è del tutto casuale nonostante gli sforzi di Alessia di ritmarla ma a noi pare la musica più bella del mondo. È una grande festa per tutti: le donne hanno preparato grandi quantità di cuscus, tajine, shakshuka, lablabi, brik al miele. Non avanza nulla: quando, al tramonto, ripartiamo, le donne si avviano verso le loro baracche fra le serre con quanto resta di ciò che ci hanno offerto, troveranno i loro uomini, divideranno con loro quel cibo ed il racconto di una giornata speciale. Verrà la notte, le donne rimarranno a custodire quei sei, sette bimbi che ognuna di loro ha partorito mentre gli uomini, per tre euro l’ora da cui verranno dedotte le spese di trasporto sul cassone di uno sgangherato pick up, andranno nelle serre a cogliere pomodori, melanzane, zucchine che il nostro palato viziato vuole gustare tutto l’anno. Il padrone, perché così si fa chiamare, li farà sorvegliare perché la produzione non deve conoscere soste e venderà al mercato all’ingrosso di Vittoria per 60/70 centesimi al chilo quelle primizie che siamo disposti a pagare 8/10 euro quando arriveranno nei negozi del nord, passando per troppe mani.
Venendo via dal Centro di Spiritualità Cor Jesu che ha ospitato il pellegrinaggio, mentre suor Laura ci saluta con un sorriso, leggiamo la pubblicità della premiata azienda vinicola F.lli M. nata nel 1905: Vivere significa scegliere. Già, scegliere come hanno scelto loro, gli invisibili di Acate, fra il morire nella loro terra o vivere sfruttati nelle serre di pomodori.
> Paolo Lupo