Tre domande a… Paolo Maccario
È una rete che cresce di anno in anno quella che sostiene il Festival dei Popoli, giunto alla quinta edizione e in corso ad Asti dal 25 settembre al 17 ottobre con il titolo “Il filo invisibile: donne, pace, comunità”. Promossa dall’Ufficio Diocesano per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Asti, in collaborazione con Fondazione Migrantes, Comune di Asti e realtà del Terzo Settore nell’ambito del Festival dell’Accoglienza di Torino, la manifestazione mette al centro la pace e il ruolo delle donne nella costruzione quotidiana delle relazioni e delle comunità. A raccontare questo percorso è Paolo Maccario, referente dell’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi di Asti e tra i coordinatori del Festival. Quest’anno sono 32 le realtà coinvolte nella regia generale e oltre 50 quelle che partecipano ai singoli appuntamenti.
Il numero delle realtà coinvolte è cresciuto molto rispetto alle prime edizioni. Come si è sviluppata questa rete?
“È la dimensione di cui andiamo più fieri. Soltanto pochi anni fa non esistevano né il festival né questo tavolo di lavoro. La conquista più bella è umana: si è creata una vera e propria rete di persone differenti che hanno stretto legami di amicizia sincera, che si frequentano al di fuori delle riunioni, discutono con spirito costruttivo e si vogliono bene. Questo clima di fraternità e fiducia reciproca è forse il lascito più duraturo per l’intera comunità astigiana”.
Come è nata l’idea di legare la pace allo sguardo femminile?
“L’anno scorso il tema delle seconde generazioni era fortemente avvertito, mentre quest’anno il bisogno di parlare di pace era condiviso da tutti. Per evitare però di rimanere su un piano generico, ci siamo guardati attorno al tavolo organizzativo e ci siamo accorti che la stragrande maggioranza di noi era composta da donne, molte delle quali di origine straniera ma fortemente radicate sul territorio. Donne che svolgono quotidianamente un lavoro straordinario per la comunità, spesso nell’ombra. Da lì è nata l’intuizione di esplorare il legame profondo tra pace e comunità, due dimensioni tenute insieme proprio dalla cura femminile”.
Quanto conta il protagonismo diretto delle comunità straniere nella costruzione del festival?
“Per comprendere questo aspetto bisognerebbe vivere i nostri incontri. C’è una gioia autentica perché le diverse comunità si sentono finalmente protagoniste ed esprimono il proprio senso di appartenenza e cittadinanza. Non si limitano a partecipare, ma portano ricchezze e tradizioni che qui mettono nuovi germogli per costruire qualcosa di condiviso”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 2 ottobre 2026
Cristiana Luongo